Costume, maglietta, ciabatte, asciugamano sulla spalla, cellulare di ultima generazione in mano, fisico possente, mancano i baffi ed un po’ di capelli ma il carisma è sempre quello.
E’ lo Zar della pallanuoto mondiale, generazioni da protagonisti, ha giocato anche nella Pro Recco e qui ci torna sempre, rispondendo ad un richiamo che è profondo.
Georgy Mshvenieradze, mancino, olimpico, olimpionico e molto altro, torni a Recco ma soprattutto a punta S’Anna, come stai? “Sto bene, quando torno a Recco mi sento proprio bene, è un ambiente che mi da soddisfazione, una sensazione che non provo da altre parti”.
Perche torni qui? “Mi sento a casa mia. La gente, la natura, il paesaggio: sono venti anni che frequento Recco, conosco la gente e la gente mi conosce, insieme ricordiamo il passato, possiamo condividere, allora vuol dir che sono come a casa”.
Ricordate episodi del passato, ad esempio quella finale scudetto contro il Savona? “No” - e giù una risata - “le sconfitte si cerca di dimenticarle. Ci sono tante cose belle che non riguardano solo la pallanuoto. La pallanuoto sono solo quattro tempi in acqua poi c’è tutto il resto, il bello della vita, le relazioni, le amicizie”.
Vero, ma per te la pallanuoto è vita e famiglia, a proposito dopo papà Pyotr calottina numero 6, tuo fratello Nugzar numero 11, tu Georgy numero 6, c’è un’altra generazione di Mshvenieradze? “No purtroppo si è fermata. I tempi cambiano. Mio figlio che oggi ha 27 anni ha giocato, anche negli allievi della Pro Recco, poi ha smesso perchè ha trovato cose più piacevoli”.
Ti è dispiaciuto? “Si, senza dubbio,ma bisogna pensare a come viviamo oggi, alla situazione oggettiva, la vita offre molte possibilità e lo sport non è così attraente”.
Torniamo alla tua pallanuoto: “Fino all'età di 33 anni la pallanuoto era tutto il mio mondo poi ho scoperto che il mondo è molto più grande allora per 15 anni mi sono staccato completamente, ho fatto altro,solo ora mi sono riavvicinato, gioco con i Master, c’è un ritorno e il piacevole ricordo di quando giocavamo ma purtroppo la pallanuoto per la situazione difficile in cui si trova, soprattutto nel mio paese, sta perdendo la piazza”.
Hai compiuto 50 anni, sposato, due figli, il maschio ed una ragazza di undici, di cosa ti occupi? “Ho una galleria di design in Russia e gestisco alcuni immobili”.
Vivi a Mosca da sempre, a parte ovviamente quando hai giocato in giro per il mondo, come è cambiata? “Moltissimo. Tanti cambiamenti belli, positivi, ma anche qualcosa di brutto. A me piace come si vive ora, c’è più libertà, più possibilità per chi ha iniziativa e voglia di fare, prima era triste, pensa che parlare con uno straniero era considerato un delitto, potevi pagarne le conseguenze”.
Ma c’è ancora qualcosa che non ti piace? “Sto bene, ma devo dire che c’è parte della popolazione che era abituata a vivere nella vecchia maniera ed ha incontrato difficoltà ad adattarsi, io sono ottimista e sono contento così”.
Hai girato il mondo grazie allo sport, sei stato fortunato: “E’ stata come una finestra sul mondo, mi ha permesso di capire molto prima dei miei coetanei che hanno vissuto sotto la pressione propagandistica, il lavaggio del cervello, che ha lasciato il segno. Si sono stato fortunato, ho tanti amici, in ogni paese del mondo ci sono vecchi giocatori e quando ci incontriamo è sempre una gioia. Sono molto contento”.
Sei sempre andato e tornato, alcuni attraverso lo sport hanno cercato la libertà, magari chiedendo asilo politico: “No, non mi è mai venuto in mente di scegliere quella strada. La vera libertà è dentro se stessi, nel proprio cervello, si può essere rinchiusi in un carcere e sentirsi liberi, dipende dal carattere, da come si vedono le cose, io mi sento libero”.
Con i grandi campioni che hai avuto in famiglia è stato naturale per te giocare a pallanuoto? “Non avevo altra scelta, sono vissuto e cresciuto in un ambiente dove si respirava pallanuoto. A casa era pieno di riviste e giornali che scrivevano di mio papà e mentre leggevo era come se giocassi.
Avevo 5 anni e il mio obiettivo era chiaro: diventare più bravo di mio fratello e di mio papà.
Ricordo che mi feci scattare una fotografia con le sue medaglie al collo e dietro scrissi “sono in debito”. Devo dire che non sono tifoso di altre discipline sportive: a me piace fare, mi diverto quanto posso creare, ma a differenza degli artisti che si possono esprimere per tutta la vita, uno sportivo deve fare i conti con il tempo. Attenzione se riesci ad esprimerti bene vivi grandi soddisfazioni”.
Pensi di esserti sempre espresso al massimo, hai rammarichi? “Si, avrei potuto partecipare ad altre due Olimpiadi, ad una non siamo andati,è stata una decisione politica, all'altra ho rifiutato, dopo quattro anni di assenza, senza collegiali, senza allenamento, senza capirsi, avrei dovuto partire alla fine del Campionato italiano e magari togliere il posto ad un altro atleta che si allenava da tempo, andare lì senza dialogo, senza quei collegamenti indispensabili per poter giocare. Partecipare e magari vincere un’Olimpiade per un atleta è il massimo. ho rifiutato, non volevo andare come un turista”.
La pallanuoto femminile russa ha appena vinto gli Europei, quella maschile è in crisi profonda, perchè? “E’ una storia che si ripete, rientra nella crisi generale della pallanuoto che come sport non suscita alcun interesse, né da parte dei dirigenti del Comitato Sportivo né da parte di persone che occupano ruoli importanti, le potenze amministrative. In Russia ogni sport ha il suo “angelo custode”, possono essere politici, imprenditori, la pallanuoto non interessa a nessuno. Ci sono stati tentativi per trovare accordi, ma tutti rifiutano, qualsiasi altro sport ma non quello, non lo conoscono”.
E’ come se fosse passata di moda e nessuno si ricorda il passato straordinario della scuola dell’Urss: “E’ una storia lunga: i nostri allenatori avevano know-how tecnico, tattico, e non ci sono più. Le vecchie generazioni non sono aggiornate, la pallanuoto è cambiata, non si possono usare le vecchie conoscenze ed allenare i giovani, nuove regole, nuove velocità, bisogna studiare continuamente. Mi hanno meravigliato paesi come Serbia, Croazia, Ungheria, sono riusciti a mantenere scuola e tradizione, in Russia dobbiamo ricominciare da capo, ricostruire, ma senza investimento, tempo, preparazione non si fa nulla”.
Tu saresti disponibile? “Non mi sento, però sto pensando di fondare una scuola pallanuoto, ma non di allenare, non è il mio mestiere”.
Crisi mondiale, va bene, ma perché abbiamo perso pubblico, le tribune agli Europei in Croazia erano deserte, in cosa sbagliamo? “Dirò qualcosa fuori dalla logica: da sempre, giocavo ancora, si parla di cambiare, di rendere più attraente il gioco e nessuno ci riesce, non succede niente, mancano le idee. Dobbiamo fare come i big dell’informatica, si sono aperti all'esterno, invitano tutti coloro che hanno un minimo di interesse a partecipare, a proporre nuove idee, chi è in questo ambiente da tanto tempo ha l’occhio un po’ spento e non riesce. Ci sono tante proposte: il campo più corto, invece di sei giocatori, cinque, ma non basta. Stiamo cercando di fare concorrenza a grandi sport basket, calcio, hockey ma per trovare una soluzione dobbiamo coinvolgere più gente possibile. Noi che abbiamo visto solo pallanuoto siamo limitati, abbiamo bisogno di altri soggetti”.
Si, ma ad un bambino di queste discorsi non frega niente, si vuole divertire, perché dovrebbe scegliere la pallanuoto? “Fare promozione alla pallanuoto mi sembra fuori logica. E’ chiaro: siamo in acqua, belli e puliti, nell’ambiente più naturale e meno traumatico in assoluto, e basta vedere i ragazzi che escono dalle piscine e dire che ogni genitore per suo figlio vorrebbe un fisico come quello. Ragionamento che vale per i bambini ma quando crescono, ad esempio intorno ai quindici anni smettono perché si dedicano ad impegni più seri, come lo studio. La difficoltà è proprio questa: come far continuare, come far diventare la pallanuoto più popolare ecco che dobbiamo coinvolgere anche chi non conosce il nostro sport. Perché non interpelliamo i programmatori di giochi per computer, la loro creatività potrebbe essere utile per cambiare le regole e rendere il gioco più attraente”.
Il guaio è che per noi lo è già, azioni che si svolgono in superficie altre sott’acqua, i tuoi segreti? “Non ne ho, conosco gentiluomini e persone poco sicure di sé, scomposte. Per evitare guai: giocare a testa alta bisogna essere sempre padroni della situazione”.
Hai ripreso a giocare, categoria Master, ancora risultati e medaglie. “Tre volte campione del mondo e tre volte campione d’Europa, mi diverto molto e quando vinciamo provo la stessa gioia di tanti anni fa”.
I numeri della tua carriera: “Non ho mai tenuto i conti, né quanti gol ho segnato né quante donne ho avuto, non l’ho mai fatto, forse per scaramanzia”.
Tu e la Pro Recco. “E’ uno dei miei amori, non posso dire che seguo periodicamente ma sono molto felice che ci sia un presidente come Gabriele Volpi che con il cuore sta facendo di tutto perché la Pro Recco resti ai massimi livelli e sono orgoglioso di essere stato un giocatore di questa società. Sono entrato nella storia della Pro Recco e ne sono felice”.
Cosa vuoi dire a questi ragazzi che stanno per cominciare un’altra stagione importante ed impegnativa: “Di seguire la loro strada, non devono imitare nessuno, ma devono credere nella loro fortuna e nella loro forza, gli ostacoli che incontreranno sono stimolanti da superare, da scavalcare e più vanno avanti più diventeranno forti”.
Pino Porzio: “Gli ho detto di non annoiarsi a forza di vincere, abbiamo giocato contro tante volte”.
Eraldo Pizzo: “E un grandissimo campione, ha giocato contro mio papà e tutte le volte che lo incontro provo una sensazione particolare, la stessa che provavo quando parlavo con mio papà. Sono sereni e sicuri, sono da imitare, mi danno una grandissima forza”.
Misha, devi allenarti, quante vasche fai? “Due”.
E poi? “Vado a pranzo, le squisite bontà gastronomiche di Recco”.
Le generazioni Mshvenieradze nel video di El Cuervo:
http://www.youtube.com/watch?v=0hncGDiyrnI