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Vanja Udovicic: "Vi racconto la mia vita"

A distanza di dieci giorni dall’incontro con il suo allenatore Dejan Udovicic, e alla vigilia della partenza per la partita di World League, l’intervista a cuore aperto con Vanja Udovicic: la pallanuoto, la Serbia, la vita. Si racconta la calottina numero 11, il capitano Campione del Mondo solo per citare l’ultimo successo conquistato.

Partiamo dall’ultima partita di Eurolega, il pareggio contro l’Eger: “Si può pareggiare e si può perdere, lo sport è così. Sicuramente non stiamo giocando come dobbiamo e si possono trovare mille scuse per tutto, ma è chiaro che qualcosa non va e che dobbiamo migliorare, ricominciare da zero e ognuno deve dare il massimo. Si deve sapere che nessuno ti regala niente e che devi guadagnare ogni secondo, ogni minuto della gara e devi dimostrare continuamente chi sei.

Ognuno ha la propria responsabilità, ognuno ha le proprie qualità e non bisogna mai scendere di livello, tutti possiamo giocare male, ci sono periodi no: si può dire che siamo due squadre, che non è la situazione perfetta, che siamo tutti nuovi e siamo in diciotto, ma secondo me il più grande problema è che non abbiamo rispettato il nostro compagno, che non abbiamo combattuto insieme.

Ma siamo tutti giocatori professionisti, ognuno sa cosa deve fare e secondo me è solo un momento: forse dipende dal meteo o da altri motivi che si possono trovare ma lasciamo da parte tutto, siamo diciotto più i dirigenti, dobbiamo risolvere non un problema enorme ma una piccola trappola, dobbiamo capire che siamo ancora uomini e che non siamo divinità, dobbiamo dimostrare quello che sappiamo fare, che facciamo al meglio perchè è per questo che siamo qui”.

Hai grande esperienza, ti è mai capitato altre volte? “Certo. Anche io che ho vinto tanti titoli con la Nazionale, prima Jugoslavia, poi Serbia-Montenegro, ora con la Serbia, con una squadra che è stata distrutta, nessuno si amava, nessuno si parlava, ma l’importante è che quando entri in acqua, che quando l’arbitro fischia l’inizio della partita, giochi per il tuo compagno perché questo è l’obiettivo, ma è successo che quando finisce la partita nessuno si parla. Non è una bella atmosfera, abbiamo pagato per questo, succede quando le socità sono in crisi, quando giochi un anno senza soldi, quando hai tanti infortunati, quando hai un allenatore che non va bene e se ne và, può succedere ma dipende tutto da noi. Siamo noi a dover risolvere.

Ognuno deve conoscere il suo compito per portare avanti la squadra perché se ognuno gioca per sé non va bene e non si va avanti. Questo è il problema e capita a tutte le squadre: forse si può anche dire che abbiamo vinto tanto e che non abbiamo fame di vittoria, si può dire tutto, trovare scuse, ma non serve: siamo noi e dobbiamo giocare, dimostrare quello che valiamo, sapere e capire che non siamo imbattibili e lo dobbiamo dimostrare in piscina e fuori dalla piscina”.

Tu hai delle responsabilità, sei il collegamento tra una squadra e l’altra e anche il punto di riferimento dei tuoi compagni di Nazionale Filipovic e Nikic: “Ogni inizio è difficile, per Filip è la prima volta che va via da casa, per Boban no. Noi siamo abituati con altre tecniche di allenamento, una cultura differente, tutto è diverso tra l’Italia e la Serbia, ma è normale. La nostra mentalità ci porta a chiuderci nello spogliatoio e a risolvere i problemi qui non lo abbiamo ancora fatto. Ci sono grandi nomi, anche più grandi di me, nomi che hanno fatto la storia della pallanuoto ma dobbiamo pensare che non abbiamo problemi, non siamo malati, può capitare che nulla giri come dovrebbe ma questo non ti deve buttare giù, è come quando stai studiando un esame, ci sono momenti in cui funziona tutto ed altri in cui non riesci ad imparare niente: allora devi staccare e domani ricominciare da zero. Per noi è così. Nello sport è uguale: non puoi prendere i venti giocatori migliori al mondo e avere la garanzia che tutto funzioni: l’allenatore deve dimostrare che è un grande uomo e fortunatamente noi abbiamo un grande uomo. Ha dimostrato di essere un grande allenatore, che ha vinto quello che doveva vincere, può vincere ancora e di più e questo è buono: quando hai fame puoi vincere di nuovo e puoi andare avanti”.

Tu hai fame? “Io spero che tutti abbiamo fame, se non avessi fame non starei qui, me ne andrei a casa a fare dell’altro”.

Sei fuori casa da otto anni, sei stanco? “Mi manca la dimensione della grande città. Vengo da una città di 2 milioni di abitanti, qui è tutto lento. Quello che sto spiegando a Boban e Filip è che qui ci serve tempo: se hai bisogno di un dottore a Belgrado lo trovi immediatamente qui ti mandano a La Spezia perchè magari c’è il miglior specialista, ti serve un antennista in Serbia si trova subito qui non si lavora dalle 2 alle 4, manca un pezzo, devono ritornare. A casa nostra si affronta il problema e si risolve subito, non si lascia per domani, qui la mentalità è diversa, viviamo in un piccola città e forse è proprio questo che mi manca ma, ripeto, siamo professionisti, facciamo quello che dobbiamo fare al meglio e sicuramente davanti a noi abbiamo ancora tante cose da fare. Ognuno di noi vuole vincere ancora, vuole dimostrare che è il migliore al mondo, non ci hanno scelto alla lotteria, ci hanno voluto perché abbiamo delle qualità: è tutto qui la responsabilità del gioco, della squadra, dei compagni”.

Quando hai cominciato a giocare? E perchè? “ Avevo 9 anni, non lo so forse perchè amo l’acqua. Il mio primo allenatore non lo dimenticherò mai: una persona che ha la responsabilità di farti appassionare, quella persona è la più importante, attraverso di lui vivi il primo contatto con lo sport. Il mio allenatore a Belgrado si chiama Mirko, tutti noi siamo passati da lui, la maggior parte dei giocatori della Nazionale.

Ogni giorno due ore di allenamento, il Partizan ha una scuola che da 50 anni è forse la migliore al mondo ed i ragazzini appena arrivano fanno un’ora di nuoto ed un’ora di pallanuoto, oppure due e due, nuotano fino a 6 chilometri, ma quello che hanno organizzato in Serbia sono i campionati di categoria per ogni leva, così i ragazzi viaggiano e imparano a stare lontano dalla famiglia. Servono tre cose: bravi allenatori, la copertura economica , l’attrezzatura”.

Vanja, sei stanco? “ Un po’ di testa, soprattutto quando è brutto tempo, quando piove e non sai cosa fare. Allora devi trovare alternative: ogni mese cambio, un mese leggo, un mese guardo i film, un mese gioco alla playstation, un mese studio. Ho quasi finito l’Università, mi manca la tesi per laurearmi in Marketing e Management, poi farò un Master, il mese prossimo comunque voglio finire”.

Ti senti adulto? “Non mi sento né adulto né ragazzo, mi sento Vanja, in quello che dimostro in piscina e fuori. Ma sento che devo dimostrare ancora tanto, che non sono una stella”.

Il futuro: “Dipende dai risultati che ottieni, dalla fiducia che la Nazionale ha in me, sono capitano e devo avere la fiducia dei miei compagni perché senza fiducia e sacrificio non si va avanti. E poi dipende dai risultati in squadra, è tutto collegato: se non giochi bene nel club non ti chiamano in Nazionale, vale anche il contrario”.

Ti ha fatto piacere la visita del tuo allenatore Udovicic? “Credo sia il modo giusto, non è più allenatore del Partizan, ed è giusto che veda dove giochiamo, come giochiamo, in che periodo della preparazione siamo, si gioca in World League dobbiamo rendere al 100%, deve essere un padre per tutti noi.

Cosa ti ha detto dopo la partita contro l’Eger? “Niente, è troppo presto per parlare, non significa niente, ha solo detto trovate gli errori e migliorate, questo è lo sport. Dipende da noi e da nessun altro: abbiamo qualità, abbiamo esperienza e siamo preparati".

Chi ringrazi? “Ringrazio tutti quelli che mi sono stati vicino, tutti quelli con cui ho lavorato, la nostra storia non dura molto e lungo il percorso incontri persone che hanno un certo tocco per il tuo destino. Non è giusto dire un nome solo: comunque allenatori, compagni di squadra, i genitori”.

Sei figlio unico, tuo papà quanto è importante? “Come mio procuratore è importantissimo, fa le cose che deve fare un procuratore, lui mi ispira fiducia e sicurezza, si muove benissimo, e come papà a capo di una famiglia prende le decisioni che deve prendere, ma la mamma ha fatto più sacrifici per la pallanuoto: mi ha portato in piscina, mi ha aspettato, mi ha preparato la cena tutte le sere, soffre a tutte le partite”.

Sei innamorato? “Ogni giorno e di tutto, trovo l’amore ogni momento per andare avanti, l’importante è trovare persone che ti stanno stare vicino, che ti capiscono, noi non siamo uomini facili e starci vicino non è facile, un’atleta al nostro livello è un po’ matto e anche un po’ testa di c...”.

Ora c’è qualcuno che ti sta vicino? “Certo, mamma, papà, il pubblico: è importante perchè senza amore non c’è vita. Lo devi trovare in tutto, anche in questa intervista, con i miei compagni, con l’allenatore, è questo che ti fa andare avanti”.

Cosa vorresti di più? “Non mi manca niente, oggi va bene così: c’è il sole, ho finito l’allenamento e vado a casa a riposare”.

Sai cucinare? “Certo oggi ho fatto la zuppa, il puree e la carne. La pasta mi piace ma preferisco la cucina serba, abbiamo tanta carne per questo dicono che siamo grandi e forti, non sono abituato a mangiare tanta pasta, non fa bene al mio corpo, ingrasso subito”.

Ti ricordi la guerra? “Si ero un bambino, noi a Belgrado non abbiamo avuto tanti problemi, avevamo l’embargo quindi mancavano i prodotti di consumo, ma ricordo che abbiamo aiutato i nostri parenti bosniaci. Ricordo il bombardamento degli americani era il 1999, quello me lo ricordo, i primi giorni ci siamo nascosti nei rifugi sotterranei, poi abbiamo ripreso la vita normale e lo sport mi ha aiutato molto.

Adesso la situazione è migliorata anche se siamo indietro di 10 anni rispetto ad altri paesi. La Serbia non accetta regole e vuole sempre andare contro tutto e tutti, come succede in acqua. Quando giochiamo vogliamo passare dove non si passa e non te ne frega niente anche se prendi un pugno, ci metti la faccia, è la nostra mentalità, siamo così e questa è la nostra forza, ma siamo una Nazione che ha sofferto molto”.

L’Italia e Recco cosa rappresentano per te? “La mia prima esperienza è stata a Napoli nel Posillipo, poi a Recco, una società con un’organizzazione che non esiste da nessuna parte: per me è un onore perchè gioco qui e potrò raccontarlo ai miei figli”.

C’è qualcosa che ti fa veramente arrabbiare? “Quando la gente non è sincera, quando dice bugie, quando giochiamo e non ci impegniamo e poi le cose brutte del mondo come il terremoto di Haiti”.

L’ultima volta che hai pianto: “Quest’estate quando è morta mia nonna, per il resto mi tengo tutto dentro e cerco di risolverlo da solo”.

Hai un occhio nero, chi te l’ha fatto? “Non lo so ma è la pallanuoto. Ho già dato molto: ho rotto il naso sei volte, le dita, un dente”.

Cosa ti fa paura? “I serpenti mi danno fastidio, ma ho paura di non realizzare miei obiettivi e miei sogni”.






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