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Sandro Calcaterra: "Noi del Settebaby"

E’ un guerriero di ruolo, centroboa, forte e potente, gioca lottando, può far male con i gol e con il corpo, nato a Civitavecchia, nella culla dei “barbari” della pallanuoto italiana, profilo da antico romano, potrebbe fare il cinema, ma è attualmente impegnato, gioca nella Pro Recco.

Alessandro Calcaterra, cominciamo dal principio: “Ho iniziato a giocare a dodici anni ma a quattro ho cominciato a nuotare, solita storia, la spalla sinistra più bassa dell’altra, il medico consiglia la piscina. Ho cominciato così, nuotando, anche se non si vede, guardandomi in acqua non sembra... ma facevo le gare, delfino e stile 50 e 100 le mie specialità. Poi litigai con l’allenatore ma mio fratello aveva già cominciato a giocare così cominciai a seguirlo, partecipavo già ai tornei estivi. Fisicamente ero già più dotato degli altri, mi piaceva, tutto mi riusciva facile, alla fine tra il litigio con l’allenatore e chi mi corteggiava ho deciso di lasciare il nuoto e di cominciare a giocare”.

Sei passato da uno sport individuale ad uno di squadra, sensazioni? “Sono rinato, il nuoto è stancante da piccolo non ti diverti invece l’idea di andare in piscina e trovare una palla nell’acqua è già più interessante”.

Hai cominciato a 12 anni, ne hai quasi 35 e non hai mai smesso? “Per fortuna mai. Questo sport mi ha dato tante soddisfazioni e mi ha fatto vivere tante emozioni, belle o brutte, ha lasciato un segno profondo nella mia vita”.

La più bella e la più brutta? “La partita che non dimenticherò mai è stata la semifinale delle Olimpiadi del '96, vincevamo 6-5 ad un minuto dalla fine dei supplementari, ci fischiarono due rigori contro e uscimmo dalle Olimpiadi, o meglio ci rimase da giocare per il terzo posto. Il più bel ricordo è stata la prima uscita con la Nazionale: era il 1995 a Vienna, subito Campioni d’Europa. Quando Ratko Rudic ringiovanì il gruppo, ci chiamavano il Settebaby e ci criticavano, invece poi tutti hanno visto come è andata, ma da lì in poi il buio totale”.

Perché? “Dopo tante competizioni abbiamo raccolto poco: medaglie d’argento e di bronzo ma alla fine si ricorda solo il primo, arrivare secondo o terzo ti rimane in quel momento, quando sali sul podio, ma poi ci si ricorda solo del primo”.

Sei soddisfatto di quello che hai fatto? “Sono felice, sicuramente, ma mi manca tantissimo di non avere riprovato quella emozione che ho vissuto nel lontano’95. Negli ultimi anni ho giocato sempre con la fissa di portare a casa la medaglia d’oro con la Nazionale, ci sono stati anche i Mondiali in casa e nonostante tutto, coda in mezzo alle gambe e a casa”.

Sei arrivato dopo tuo fratello Roberto sia alla pallanuoto sia in Nazionale, hai mai sofferto il suo carisma, la sua figura? “No mai. All'’inizio mi ha aiutato, era più esperto di me quindi è stato un esempio, un aiuto, nel 2007 a 32 anni quando ha smesso di giocare in Nazionale mi è dispiaciuto tantissimo, avrei preferito giocare con lui ancora tanti anni”.

Sandro, hai giocato da subito centroboa? “Si immediatamente anche se c’è un ruolo che amo, nascosto, quello del portiere: solo contro tutti, con gli avversari davanti a te che provano a segnare, è bello e ti da sicuramente più soddisfazione e poi diciamocela tutta si lavora meno e la carriera è più lunga. Per esempio quando noi nuotiamo, magari 3-4.000 metri, e vedo loro”sgambettare” dall’altra parte del campo un po’ li invidio”

Quante botte prese e quante date? “Abbastanza, ho un carattere che non vuol perdere quindi è normale che quando ti trovi lì in mezzo alla battaglia usi qualsiasi mezzo per andare avanti, quando giochi centroboa sei soggetto a prenderle perché anche gli altri vogliono vincere e allora può capitare. E’ lo sport, ed il nostro è uno sport duro. Non mi sono mai preoccupato di questo aspetto, non ho mai avuto paura, non mi sono mai tirato indietro fin da piccolo, quando giocavo in serie A avevo 14 o 15 anni e c’erano giocatori con più di trent’anni che giocavano duro e provavano ad intimorirmi, ma io no ho mai avuto paura di niente”.

E i morsi? “Anche questo può succedere,a volte il difensore ti prende per la faccia e ti infila la mano in bocca, tu non respiri e cerchi di liberarti. Una volta mi hanno dovuto cucire con otto punti, se è giusto farlo o no... preferisco astenermi”.

Civitavecchia, Pescara, Brescia, Recco, Chiavari, Recco, qui dove sei tornato hai trovato molto, i successi sportivi e la famiglia, ti sei innamorato al punto di fare un figlio? “Le tre squadre alle quali rimarrò legato per sempre sono Civitavecchia, dove sono nato e cresciuto pallanuotisticamente, poi Pescara il mio trampolino di lancio, la prima esperienza fuori casa, i primi successi, giocare insieme a tanti campioni, ci sono stato per otto anni. Ci sono poi due piccole parentesi che lasciano comunque qualcosa di bello e poi c’è Recco, la squadra con la quale ho vinto di più, dove mi sono tolto le maggiori soddisfazioni, dove ho incontrato la donna dalla quale ho ricevuto un figlio. Questa città rimarrà sempre dentro di me”.

Sei felice? “Adesso si. Guardo la mia famiglia, viene prima di tutto. Quando sto con loro va tutto bene, il resto viene dopo”.

In acqua hai detto di non avere paura, e nella vita? “Sono un po’ apprensivo e ho paura dell’aereo. Ma ci pensa la mia badante, Enzo Teodosio, il massaggiatore. Quando viaggiamo è lui ad occuparsi di me. Sono tanti anni che siamo insieme alla Pro Recco, gli sono legato e affezionato, gli voglio molto bene. Massaggi me ne fa pochi perché non ne sono un amante, piuttosto parliamo, quando mi vede con il muso mi conforta, e viceversa. E’ una persona buona, genuina, molto simile a me e siamo molto legati”.

Cosa ti fa arrabbiare? “Le violenze e gli abusi sui bambini. Non lo sopporto”.

Chiavari dove hai giocato, il ruolo di portiere, la tua fantasia: in occasione della partita organizzata da Maurizio Felugo a favore dell’Africa, durante la presentazione quando è stato detto il tuo nome dal pubblico si è sollevato un boato, la gente ti vuole bene: “Lo sento questo affetto, lo sento dovunque io vada: l’estate scorsa a Roma nelle competizioni all'estero. Mi fa molto piacere, significa che in questi anni ho fatto qualcosa di buono e sono felice che la gente mi voglia bene. Io mi comporto in maniera naturale e spontanea, forse è questo che viene apprezzato”.

Il tuo futuro? “Giocare ancora qualche anno e poi insegnare i valori di questo sport magari a quei ragazzi che mi stimano, ma non ho ancora le idee chiare, mi piacerebbe anche trovare un ambiente al di fuori della pallanuoto e provare la stessa gratificazione che ho vissuto in tutti questi anni”.

Quali sono i valori della pallanuoto? “Il sacrificio. Mi ricordo che da ragazzino giocavo in tutte le categorie, stavo quatto ore in piscina, cominciavo la mattina prima di andare a scuola con il primo allenamento, mi svegliavo alle 5 e mezza, alle 6 in acqua, alle 8 in classe e poi di nuovo il pomeriggio in piscina . Ora che ci penso non ho mai partecipato ad una gita scolastica perché non potevo. Quindi sacrificio e costanza: si perché quando ti accorgi dell’impegno il rischio è di abbandonare, invece bisogna andare avanti e non mollare mai, io ho avuto la forza di andare avanti. Ci sono poi le gratificazioni: porsi degli obiettivi e lavorare per raggiungerli. Non tutti ci riescono ma ne vale la pena comunque, vivi insieme ad altre persone, c’è spirito di gruppo, ti riempie la vita. Dopo tutto quello che ho fatto pensare alla mia vita senza pallanuoto…non riesco proprio ad immaginarla. Ecco, quando smetterò, giocherò portiere , in qualche squadra master, la sera, per divertirsi ancora”.

Torniamo al principio, hai detto che sei passato alla pallanuoto dopo aver litigato con il tuo allenatore di nuoto, qual è il tuo rapporto con gli allenatori? “Aspetta, ho litigato perché in una gara voleva farmi fare i 1.500, quella domenica rimasi a casa con la febbre, lui invece pensò ad un malanno strategico, è andata così. I miei allenatori, li voglio ringraziare quasi tutti, perché mi hanno dato qualcosa, perché sono capitati in periodo della mia vita insegnandomi qualcosa, qualcuno mi ha anche fatto male, ma non voglio fare nomi”.

Il tuo pregio? “Troppo buono”

Il tuo difetto? “Troppo buono, sempre quello”.

Ancora pallanuoto, questa volta sul dibattito in corso, si gioca troppo o poco, estate o inverno, alzo tiro e corner sul portiere si o no, tu ce l’hai un’idea? “La pallanuoto è uno sport in acqua quindi sono convinto che se si giocasse il campionato nel periodo primaverile-estivo si riempirebbero le piscine, in estate c’è poca offerta sportiva, calcio fermo basket e pallavolo anche, si potrebbe avere un maggiore riscontro anche televisivo. Capita di vedere partite di beach-soccer, insomma i palinsesti devono essere riempiti, quegli spazi potrebbero essere della pallanuoto. Sul solito dilemma della convivenza con le competizioni internazionali si fa presto, esattamente il contrario: un Mondiale o un Europeo attirano comunque l’attenzione quindi si può giocare anche a febbraio, in luoghi caldi, all'aperto, l’unica eccezione è l’anno Olimpico.

Dal punto di vista tecnico-tattico l’alzo-tiro non mi piace, aiuta le squadre che sono fisicamente più dotate: quando finisce l’azione e sei stato bravo a difendere i 30 secondi sembra un controsenso prendere un gol per un fallo che viene fischiato un po’a discrezione, toglierei questa regola. Ma anche il corner: la gente mi chiede perché a volte è fuori e a volte no, oppure la lotta sul centro, quando è fallo semplice, quando è espulsione, quando non è niente e magari stai soffocando.

A noi le nuove regole non hanno portato niente di buono: il potenziale pubblico che si avvicina alla pallanuoto non capisce e non si diverte”.

Hai lasciato la Nazionale dopo i Mondiali di Roma, ti manca e pensi che le mancherai? “Per adesso no ma sono sicuro che la prossima estate proverò un po’ di nostalgia, dopo quindici anni mi troverò spiazzato. Se mancherò io a loro? Non lo so. Stanno facendo bene, stanno lavorando, c’è un programma per il futuro, ci sono buoni centri al mio posto e sono sicuro che riusciranno a fare bene, anzi a fare meglio, anche senza di me, undicesimi con me, senza possono fare meglio”.

E’ ancora viva la delusione e l’amarezza per quel Mondiale, è evidente, ma andiamo avanti.

Sei consapevole di essere uno tra i più forti centroboa del mondo? “Non mi giudico mai. Gioco, faccio quello che devo fare, vivo alti e bassi come tutti, non siamo macchine programmate, a volte il rendimento è legato anche a come vivi fuori dalla piscina, sicuramente non mi sento arrivato. Non mi sono mai permesso, ripeto lascio giudicare”.

Cos’è per te la Pro Recco? “E la squadra dove tutti vorrebbero venire, è la più titolata, è all'apice da tanti anni, è un orgoglio giocare e difendere i colori di questa società. Dopo otto anni mi sento legato profondamente: una sconfitta brucia di più a chi è qui da tanto tempo, per me è un po’ come il Civitavecchia, la squadra dove sono nato”.

Chi vuoi ringraziare? “Mio padre Alfredo e mia madre Nunzia, per l’educazione che mi hanno dato e per come mi hanno fatto crescere, mio fratello Roberto, i primi anni che sono andato via di casa è stato per me un grande aiuto anche se mi riempiva di cazziate, i primi anni vivevamo insieme e lui ha chiesto il divorzio…, a parte gli scherzi mi piacerebbe un giorno riavvicinarmi a lui perché siamo lontano da troppo tempo. Voglio ringraziare mia moglie Federica, che mi piace moltissimo, che condivide con me bello e brutto, che mi sta sempre vicino e mi capisce, che sta crescendo i nostri figli”.

Il difensore che non sopporti in acqua ma con il quale vai volentieri a berti una birra? “Vlado Vujasinovic, mi ha rotto un timpano ma è una persona squisita. Al Mondiale di Fukoka, ha rosicato su un gol preso dal centro e all'azione successiva mi ha timbrato”.

L’attualità, con il campionato, sabato a Firenze, poi Eurolega e Coppa Italia: “Due impegni duri, Firenze e Posillipo, siamo secondi e mi è dispiaciuto che il Savona abbia perso a Firenze perché preferivo incontrarli e scavalcarli con lo scontro diretto non così, è il campionato.. Poi la Final Four di Coppa Italia che non sarà facile, c’è molto equilibrio. Ci davano tutti vincitori a mani basse e invece no, lo sport è bello per questo. Siamo in semifinale contro il Brescia che è la squadra che al momento sta giocando meglio, non sarà facile, per me sarà l’ennesimo derby di famiglia contro Roberto, ormai non li conto più e non mi fa più nessun effetto. . Invece in Eurolega chi viene viene: se vuoi essere campione devi vincere contro tutte, e se vuoi vincere non devi avere preclusioni, se capita lo Jug ce lo prendiamo e giochiamo”.

Scaramantico e superstizioso, consumatore di calotte almeno un paio a partita, bisognerebbe chiedere a Ferreccio il team manager, dice di avere la testa grossa, sì, ma proporzionata al resto: “E vero ma siccome il corpo è grande anche la testa lo è, io la lego la calotta ma non posso neanche farmi un cappio al collo e morire soffocato durante le partite quindi capita che scivola via, forse dovrei usare la colla che mettiamo nelle mani”.

Vi vediamo prima di giocare, lavate le mani col sapone e vi spruzzate della colla, perché? “Puliamo bene le mani per avere una migliore presa sulla palla, la colla aiuta ancora di più ma se ne metti troppa mentre stai per fare un passaggio potrebbe restarti la palla attaccata alla mano, a me è capitato, e non è un bel vedere”.

Ancora un desiderio:"Se vinco al Superenalotto..."

Alessandro Calcaterra calotta numero 10, in un video da El Cuervo

http://www.youtube.com/watch?v=9Zb4BbNYI4U




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